La scala numerica (ossia la classificazione della difficoltà da superare) sia in arrampicata libera, sia in arrampicata artificiale, non fa altro che descrivere e riassumere “asetticamente” l’impegno massimo richiesto nei passaggi o nei tratti dell’itinerario di roccia che viene rappresentato.
In altre parole, il grado di difficoltà viene strettamente correlato alle capacità tecniche e motorie richieste all’alpinista/arrampicatore per compiere quell’itinerario. Tale tipo di classificazione, tuttavia, può risultare insufficiente a descrivere percorsi di carattere molto vario o di particolare complessità.
Ne sono un esempio le vie di roccia in alta quota o quella di stampo prettamente alpinistico nelle quali si alternano tratti di arrampicata su roccia a tratti di arrampicata su neve o ghiaccio. Per portare a termine un tale genere di salite, infatti, può non essere sufficiente godere della necessaria tecnica arrampicatoria e “padroneggiare” il grado massimo previsto dalle asperità della roccia.
Questo perché, in un percorso di stampo alpinistico, possono incidere sulla difficoltà della salita sia i pericoli oggettivi sia altri fattori legati alle conoscenze e alle doti dell’alpinista (conoscenza dell’ambiente; allenamento fisico, atletico e mentale; abitudine alla fatica o all’isolamento; capacità di orientamento; esperienza di alta montagna; padronanza di tecniche di altre specialità etc).
Per fornire un riassunto della difficoltà complessiva di tali salite, ossia per dare una valutazione d’insieme in cui il “grado tecnico” sia solo una delle tante componenti, molti autori e molti enti alpinistici (per esempio il Club Alpino Italiano) utilizzano dunque nelle loro pubblicazioni una scala di difficoltà (di origine francese) che si esprime per sigle.
[fonte: wikipedia]

