Alpinismo: Storia della arrampicata – 552

L’uomo ha probabilmente affrontato le sue prime arrampicate senza l’ausilio di aiuti particolari. In seguito sono stati ideati attrezzi e tecniche per superare i limiti e le difficoltà di tale attività.

Nella storia dell’alpinismo, il primo a evidenziare il problema etico dell’arrampicata libera fu Paul Preuss all’inizio del XX secolo.

Fino a quel tempo era comune il pensiero che la vetta dovesse essere raggiunta ad ogn costo e tutte le più importanti vette delle Alpi erano state salite con l’ausilio di scale, bastoni, picchetti, corde. P

reuss, invece, reputava più importante lo stile di salita che il raggiungimento della vetta. Il suo integralismo lo portò a rinunciare perfino alla corda di assicurazione (cosa che gli causò la morte in seguito a una caduta).

Anche Albert Frederick Mummery fu sostenitore dell’importanza di un corretto spirito di salita rispetto alla conquista della cima.

Questi due precursori, tuttavia, non ebbero seguaci per molti anni a venire. Negli anni cinquanta lo statunitense John Gill introdusse alcune tecniche fondamentali nell’arrampicata libera e l’uso della magnesite per favorire la presa. Non a caso l’arrampicata libera si diffuse negli Stati Uniti: l’abbondanza di pareti di granito offre la possibità di scalate su vie dotate di appigli solidi a differenza delle pareti calcaree. In Europa l’arrampicata libera fu portata avanti soprattutto dagli inglesi che, avendo a disposizione per le scalate solo piccole pareti, erano alla ricerca di un modo per aumentare le difficoltà.

Altri isolati pionieri in Germania ed Italia si resero conto di quanto fosse differente affrontare una parete progredendo grazie ai chiodi piuttosto che affidarsi solo al proprio corpo, tra questi Matthias Rebitsch, Fritz Wiessner, Gino Soldà e Giovan Battista Vinatzer. Verso la fine degli anni sessanta negli Stati Uniti furono percorse alcune vie di difficoltà sempre più alta, Ron Kauk nel 1975 percorse la via Astroman di grado 7a. Molti anni dopo la stessa via venne percorsa da Peter Croft senza corda di assicurazione.

Il gruppo di free climber sposò lo stile di vita hippy, allenandosi duramente e rimanendo ai margini della società. Uno di questi, Peter Livesey, nel 1975 tornò in Inghilterra dagli Stati Uniti e fondò una palestra di arrampicata per diffondere la scalata libera.

Il francese Jean Claude Droyer nel 1975 diventò noto per aver scalato una via di difficoltà 6c+, Le Thriomphes d’Eros. Altre imprese di Kauk ebbero risonanza oltreoceano: la scalata della Tales of power (grado 7b/7b+) nel 1977 e del Separate Reality nel 1987, leggermente meno difficile ma più spettacolare in quanto presenta un tetto sporgente sul vuoto.

Le immagini delle imprese degli scalatori suscitarono reazioni contrastanti in Europa: gli alpinisti classici erano increduli mentre alcuni giovani scalatori provarono ad emulare i colleghi statunitensi sulle varie pareti granitiche adatte. Reinhold Messner scrisse in proposito il libro Settimo grado nel quale spingeva anche gli alpinisti classici ad usare meno chiodi possibile ed a salire senza sfruttare le protezioni.

In seguito pubblicò il libro Assassinio dell’impossibile nel quale polemizzava contro l’esasperazione dell’arrampicata in artificiale.

In Australia, nel 1978 Kim Carrigan riuscì a scalare la via Prokol Orum di grado 7b+ sui Monti Arapiles, l’anno dopo scalò in libera una parete ancora più difficile.

[fonte: wikipedia]

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